Ode al caffè

Può durare un attimo, in piedi al bancone.

Può durare tantissimo tempo, seduti al tavolino.

Può essere un momento di solitudine, mille pensieri in testa che in realtà avresti voglia di affondare in quella tazzina, nel suo liquido scuro, sotto la cremina dorata.

Può essere un momento di condivisione, una lunga chiacchierata in cui centellinare ogni piccolo sorso, perché l’impressione è quella che, finito il caffè. anche le parole finiscano.

Si può entrare veloci, anche un po’ scocciati, appoggiare la vita un momento sul bancone, chiedere a denti stretti “un macchiato” senza per favore e ricevere in cambio un sorriso gentile, e la giornata può cambiare per questo.

Oppure si può entrare carichi di simpatia e di voglia di scherzare, chiedere con la bocca larga “un macchiato per cortesia” e ricevere di rimando uno sguardo perso, negli occhi la chiara poca voglia di confidenze e parole.

Sì perché l’esercito di chi va a prendere un caffè è fatto di uomini e donne, dei loro umori, dei loro casini, delle loro giornate felici e di quelle che invece saranno da dimenticare.

E l’esercito di chi lo prepara il caffè, beh, è fatto di uomini e donne, dei loro umori, dei loro casini, delle loro giornate felici e di quelle che invece saranno da dimenticare.

Intorno alla tazzina siamo tutti uguali, e quella italiana è la tazzina di caffè più buona del mondo.

Rivogliamo la tazzina, rivogliamo il bancone dove appoggiare solo qualche minuto la nostra vita, rivogliamo la nostra pausa dolce amara, il diritto di avere il muso lungo e la speranza di trovare qualcuno che ci tiri su il morale, la voglia di essere proprio noi a far tornare il sorriso a qualcuno.

Non vediamo l’ora di tornare nel nostro bar; di capitare per caso in uno tutto nuovo; di entrare in uno un po’ defilato perché “ehi ma quello è il mio amico Carlo, non lo vedevo dalle medie”; di goderci quello che,ok costa dieci cent in più ma è troppo buono; di criticare quello che è troppo “muffo” però il caffè, ragazzi è, eccezionale; di far scoprire al collega quello nascosto, piccolo e poco curato, che non gli daresti due lire, ma lì hai scoperto che la gentilezza e la simpatia sono meglio dello zucchero; di dare una chance a quello enorme, tutto nuovo, pieno di ragazzi che hanno in mente l’America; di entrare nel primo che il nostro sguardo trova perché stiamo pensando “mi piace tantissimo le chiedo se le va un caffè” o magari “dai non posso lasciarlo in mezzo alla strada, ora gli dico di prenderci un caffè”; di attraversare tutto il centro a piedi perché c’è quel bar che ogni settimana cambia miscela e i ragazzi dietro al bancone ci sanno raccontare la storia e le caratteristiche di ogni chicco.

Non c’è cialda che tenga, restiamo umani e, non appena sarà possibile, torniamo a riempire i bar, riprendiamoci i nostri caffè.

Restiamo umani?

Credo che ci stiamo accontentando di poco. Ho paura che continueremo ad accontentarci di vite virtuali, ridotte a pezzetti come i pixel che compongono le nostre immagini, costantemente fuori campo, vorticanti su abissi di solitudine sempre più profondi alla fine di ogni telefonata.

La nostra dipendenza dagli smartphone e da tutti i loro cugini più o meno sofisticati, inizia ben prima del coronavirus. I nostri telefoni sono parte di noi, ci promettono di farci tenere il mondo in tasca, di risolvere i problemi che si presentano puntuali ogni giorno, ma allo stesso tempo ci legano ad una virtualità che è fatta di connessioni che ci isolano dai rapporti reali.

Un ossimoro costante, un po’ come il “distanziamento sociale”, nuovo mantra di questi giorni senza bussola.

E così mi chiedo se il nostro passivo obbedire, se il nostro diligente accettare decreti che si trasformano in legge in poche ore, la nostra quieta rinuncia a diritti e libertà che la storia ci ha consegnato fiduciosa, non sia un po’ frutto del nostro essere già cittadini di un altro mondo, un mondo fatto di schermi, videochiamate, conference call, rapporti vuoti “vicini ma lontani”.

Siamo sicuri di non perdere un po’ della nostra umanità quando passiamo ore davanti ad un telefono fingendo di prendere un aperitivo con gli amici? Quando salutiamo un nonno sbrigativamente? Quando seguiamo lezioni che avrebbero bisogno di un incrocio di sguardi, di una pacca sulla spalla? Quando “entriamo” a casa di un sorridente personaggio famoso pronto a rivelarci i segreti della sua cucina? Quando seguiamo una messa senza prendere la Comunione? Quando non combattiamo perché ci permettano (con tutte le protezioni necessarie, magari a nostre spese) di stare vicino a chi amiamo mentre sta male? Quando i nostri cari attraversano l’ultimo passaggio con il vuoto intorno?

Io sono sicura che ci stiamo perdendo e, a dispetto degli “andrà tutto bene” e dei “questa pandemia ci lascerà migliori”, credo che il rischio di disumanizzare un’umanità fragile e sbandata sia ancora più alto di quello di contagio da covid-19.

Mi piacerebbe che riuscissimo a ragionare su quello che ci manca, che è tanto, e che non compare su nessun tablet.

Ci manca il contatto, ci mancano gli odori; ci manca il traffico; la confusione; le urla dei bambini nei parchi; i pianti dei bambini che cadono e vengono rialzati dai nonni; gli autobus che non passano e quando arrivano sono troppo pieni; le feste nelle piazze; i crocicchi di persone fuori dalle Chiese, dopo un funerale, che riprendono a chiacchierare e sorridere, segno che una vita è finita ma tutte le altre continuano; le chiacchiere al bar; i posteggi che non si trovano mai; le sagre; i gelati gustati passeggiando con gli amici sul lungomare; le mani intrecciate strette strette; i baci dei ragazzini che non si nascondono perché, dai, sono bellissimi!; i colori vivi, accesi, senza filtri; le cene al ristorante; le pizze sulle scale; le birre sulla spiaggia; i mercati strapieni, gli sportivi che corrono, che pedalano, che danzano, che sudano; gli incontri casuali che diventano amicizie, perché il mio prossimo non mi fa paura e io non faccio paura a nessuno; i colpi di fulmine; la fiducia; la vicinanza.

Mi piacerebbe che tutto questo e molto di più ci mancasse così tanto da stringerci lo stomaco, accartocciarlo e lasciare la presa solo quando saremo tornati umani, incapaci di rinunciare, all’improvviso, a tutto.

Restiamo umani?

Forse ad una certa età tutto questo si guarda da un’altra prospettiva. Forse il concetto che tutti cerchiamo di ignorare, allontanare, fuggire, ha già bussato alla porta di un anziano qualche volta, e quindi, almeno un’occhiata dallo spioncino è inevitabile.

Una persona anziana la morte la considera, gli capita di vedere la fine della propria vita dietro gli angoli, ai controlli in ospedale; la sente sulle proprie braccia affaticate, sulle gambe di pietra che non vogliono più accompagnare da nessuna parte.

Questo non vuol dire che una persona anziana sia pronta a morire, anzi.

C’è qualcosa che può far dimenticare braccia stanche e gambe di marmo, c’è qualcosa che spinge a pregare per “ancora un po’ di tempo”.

Sono gli affetti, sono le relazioni, sono le famiglie, gli amici.

Sono le risate di nipoti traboccanti di vita appena cominciata, sono le battute di compagni lì da sempre o dall’ultimo minuto, sono le preghiere recitate in Chiesa, lente cantilene che sollevano spiriti ancora capaci di volare.

Più la rete di relazioni è fitta e più riesce a fungere da sostegno, da collegamento con un mondo che può aver deluso, stancato.

La pandemia in corso sta tagliando molte di queste reti.

I nostri anziani sono chiusi nelle loro case, privati all’improvviso delle risate cristalline dei nipoti, delle chiacchiere degli amici, degli sguardi di comprensione verso i loro volti accartocciati.

Qualcuno non ce la fa, non resiste, non capisce.

Il nonno di Savona che, prima di gettarsi dalla finestra, lascia un biglietto dove spiega che chiuderà il suo viaggio perché non potrà rivedere il nipotino è emblematico.

Quell’uomo non sarà nei bollettini della Protezione Civile, ma per me è morto di coronavirus.

Questa maledetta malattia ha piegato la nostra umanità, è riuscita a farci considerare “buono e giusto” l’isolamento dei più deboli.

Lo facciamo per loro. E’ vero?

Non tutti riescono a reagire nello stesso modo nei periodi bui, qualcuno ha bisogno di mani tese, anche se sono mani potenzialmente intrise di virus. Per qualcuno il distanziamento sociale non è una formula, ma una condanna inaccettabile.

Abbiamo dimenticato quei “qualcuno”, poco importa se l’abbiamo fatto per la loro o la nostra salute. Li abbiamo sacrificati.

Ci siamo convinti che bastasse portare loro la spesa a casa, accendere la televisione, comparire qualche minuto sugli schermi di telefoni che devono ancora imparare ad usare.

Per qualcuno non è bastato, perché il virus può attaccare i polmoni, oppure ti si può attaccare all’anima, e allora nessun respiratore può riuscire a sconfiggerlo.

Le sirene

Vero, lo so, non dovevo farlo. Sapevo delle norme, conoscevo le regole, so dell’epidemia, del pericolo, delle chiusure e di tutto il resto.

Sono anche io in simbiosi con il mio smartphone, unica finestra sul mondo impazzito, e ogni notizia vibra nelle mie tasche ogni giorno.

Quindi, sì, è colpa mia e la multa la pagherò.

Ma non ce l’ho fatta. Mi mancava il mare. Di solito al primo caldo corro a fare il bagno e a bere il sole, e questa primavera è arrivata così carica di belle giornate, di caldo, di promesse… Passavo in moto, dovevo andare a fare la spesa. Davvero non avevo più nulla in dispensa! Poi mi sono girato verso il mare e, sul serio, le ho sentite cantare!

Una musica struggente e penetrante, mi sono dovuto fermare, ho lasciato la moto, ho tolto il casco e ho cominciato a camminare verso la spiaggia, ero trascinato dalle note e nello stesso tempo la mia testa mi diceva di fermarmi perché il decreto parlava chiaro, e perché se tutti facessero così allora i contagi ripartirebbero e mille altri perché, perché, perché…

Ma quella musica… e il fruscio del mare calmo… ce l’avete presente no? E quel caldo appena accennato, preludio della meravigliosa stagione che sta per ricominciare… e l’idea che con un bagno in mare mi sarei lavato via questo stra maledetto virus; la fantasia che una volta uscito dall’acqua la spiaggia si sarebbe riempita e tutto sarebbe stato normale, mi sarei asciugato velocemente e sarei scappato a casa, infastidito dal rumore dei bagnanti chiassosi e maleducati.

Sono state loro, le sirene, cantavano queste promesse e mi seducevano dicendo che non mi avrebbe visto nessuno, che ci sarebbe voluto pochissimo tempo, che non c’era nulla di sbagliato, la spiaggia era vuota..

E così mi sono tuffato, ancora vestito. E’ stato, per un attimo, meraviglioso.

Ho sentito sulla pelle una libertà perduta, ho sentito nelle orecchie un silenzio dolce, non quello minaccioso che c’è ogni giorno sotto casa mia.

Ho chiuso gli occhi e le sirene mi hanno sussurrato alle orecchie: “è passato, è tutto finito, era solo un sogno”… ci ho creduto, per un attimo.

Poi sono uscito dall’acqua perché le sirene erano quelle di una volante, gli agenti mi chiamavano, non ho cercato di giustificarmi, ho fornito i miei dati, ho promesso che avrei pagato, ho chiesto scusa.

Mi farò bastare quell’attimo, ma ancora per quanto?

Avrai

Da qualche giorno guardo la foto del piccolino appena nato, il suo musino ancora raggrinzito coperto da quella visiera di plastica, gli occhietti chiusi.

Il primo pensiero che mi è balenato in testa è stato: “scusa piccolo, perché per festeggiare la tua venuta al mondo abbiamo da offrirti solo uno schermo di protezione dal mondo stesso”. Subito dopo ho pensato alla canzone di Baglioni, “Avrai”, e ho sperato che, con un po’ di pazienza (non quantificata perché ci chiedono di pazientare settimana dopo settimana, in un lento stillicidio di speranze in fumo e denti da stringere ancora un po’) anche quel piccolo e tutti quelli che, come lui, si stanno affacciando su un mondo fatto solo di finestre chiuse, avranno quello che promette la canzone.

“Una radio per sentire che la quarantena è finita”, questo è il regalo più bello che possiamo fare ai nostri figli; “il tuo tempo per andar lontano”, ora che muoversi oltre i 250 metri ci sembra un miraggio;”100 ponti da passare e far suonare la ringhiera”, ora che ogni distanza ci sembra incolmabile; “avrai una donna acerba e un giovane dolore”, ora che dobbiamo immaginare i sorrisi dietro le mascherine per innamorarci; “un treno per l’America senza fermate”, ora che nemmeno consideriamo di salirci su un treno.

Dobbiamo restituire il mondo intero ai nostri figli, dobbiamo fare in modo che questo periodo sia un ricordo lontano, qualcosa che avrà lasciato cicatrici sulla nostra pelle, ma non su quella dei nostri piccoli.

Abbiamo bisogno di sapere che c’è un piano di salvataggio, che ci sono scialuppe per tutti, che la tempesta è terribile ma il comandante sa come affrontarla.

Allora potremo darci da fare, ammainare le vele, correre da una parte all’altra del ponte senza paura, senza sosta, con la fiducia negli occhi e la speranza nel cuore.

Abbiamo bisogno di sapere che il futuro dei nostri figli è ancora lì, sospeso, che li aspetta. Che sarà fatto di nuovo di sorrisi scoperti, di mani da stringere, paesi da visitare, culture da conoscere, amici da incontrare, dolori da consolare da vicino, messe da pregare in Chiesa, amori da stringere, lavori da sudare.

Diteci che sarà così, fateci sapere che non vedete l’ora di farci ripartire perché avete ben chiaro come farlo. Fateci sapere che ogni viso nascosto da una protezione di plastica sarà il motivo per cui lotterete e farete l’impossibile.

Perché puntiamo il dito? Spioni 2.0 dalle finestre di casa

E’ davvero una curiosità sociale e umana. Da quando il virus del secolo ha fatto la sua comparsa si sono moltiplicate le “spiate”, ogni giorno siamo pronti a puntare il dito contro un corridore solitario, un vecchietto su una panchina, una mamma con bambino al seguito, addirittura uno sprovveduto che al supermercato spende troppo poco!

Perché? Da sempre cerchiamo capri espiatori, le nostre sfortune devono essere colpa di qualcuno, solo individuato un colpevole ci sentiamo sollevati e pronti ad accettare che ci sia capitato qualcosa che ci nuoce.

Molte volte però dobbiamo ammettere che ce la prendiamo con qualcuno che non c’entra, magari ci viene comodo, perché si trova al posto giusto nel momento giusto (vedi i mariti bersagli delle rivendicazioni delle mogli e viceversa); magari ci sembra che addossando su di lui o su di lei la colpa del nostro disagio, troveremo una spiegazione che altrimenti ci sfugge e non ci lascia dormire sonni sereni.

Non è così, accusare (senza un vero motivo, solo perché il pensiero comune dominante ci spinge a farlo) è una cosa brutta, moralmente abbastanza deprecabile, e rimane tale anche in tempo di pandemia.

Siamo sicuri che chi troviamo malauguratamente fuori in bicicletta non sia un farmacista che torna a casa dopo il lavoro, invece di qualcuno che ha deciso di prepararsi per il Giro d’Italia visto che ha tempo? E siamo proprio certi che lanciargli addosso una secchiata d’acqua urlando “vai a casa!” sia la scelta giusta per salvaguardare la nostra salute e quella dell’umanità? (fatto realmente accaduto)

O ancora, ci chiediamo, prima di fotografare come i peggio paparazzi, perché quel signore curvo, solo, anziano, sia seduto su una panchina di una strada vuota?

Sappiamo come mai quella donna con i suoi bambini è in strada, le abbiamo chiesto se ha davvero bisogno di quella boccata d’aria, perché la casa è piccola, perché il marito vuole picchiarla ed è ubriaco, perché il figlio è autistico e per lui uscire è questione vitale?

No, non sappiamo niente delle vite degli altri, in questi tempi ancora meno di prima, ognuno chiuso tra le proprie mura, imbevuto di brutte notizie e luoghi comuni.

La risposta di molti la conosco già. Preveggenza. Sarebbe questa:

“eh, ma se dobbiamo andare a vedere i motivi di ciascuno, saremmo tutti in strada! Anche a me pesa stare a casa, ma lo faccio!”

Io dubito, credo che chi si trova fuori di casa (e i dati dicono che sono davvero pochi senza motivi di necessità o lavoro) non lo faccia necessariamente perché vuole attentare alla salute pubblica, o perché sia più stupido o irresponsabile di altri, credo che potrebbe avere buoni motivi nella maggior parte dei casi.

Ma soprattutto, e questo è proprio da sottolineare, esercita un diritto, che nessuno dei vari decreti, nuova fonte del diritto dei nostri giorni, gli ha finora negato.

Se sta andando in Chiesa, prima o dopo la spesa, può farlo.

Se sta camminando sotto casa può farlo.

Se spende tre euro al supermercato può farlo.

Se sta facendo sgranchire le gambe al nonno può farlo.

Insomma, proviamo a dare per scontato che tutti vogliamo stare bene e nessuno vuole nuocere agli altri. Se la pensiamo così saremo davvero attenti a segnalare eventuali situazioni critiche o pericolose, diversamente saremo un mondo di Pierini, poco credibili e pure un po’ antipatici.

Chi ti manca di più

Per me la risposta è immediata, scontata.

Mia sorella, quella del manifesto, la mia ballerina preferita, che in questo periodo deve accontentarsi dell’amore per i libri.

Mi manca tantissimo, a volte così tanto che non mi va di videochiamarla, perché so che starei a piangere davanti al telefono e lei farebbe lo stesso.

Spesso io e lei reagiamo allo stesso modo nello stesso momento, diciamo le stesse cose, ci troviamo in dialoghi su WhatsApp dove, a turno, anticipiamo una le risposte dell’altra.

Ci raccontiamo tutto, anche se ultimamente “le chiacchiere stanno a zero”, o quasi. Parliamo di virus, di misure di contenimento, di quanto sia alienante andare a fare la spesa, di quanto è durata la coda, di come abbiamo pulito la frutta, di quanto ci manca il caffè insieme, di quanto durerà, di quanto poco abbiamo dormito la notte appena trascorsa, di mio marito che non può lavorare, di suo marito che deve andare a lavorare, della sua scuola di danza chiusa e senza musica, della nostra piccola pizzeria, chiusa e senza musica.

Parliamo delle sue videolezioni di danza, perché da sempre, attorno ad ogni allieva/o lei lega un filo e ne tiene un capo stretto tra le dita, pronta a tirare o cedere di qualche centimetro, ma mai a mollarlo. Questioni di danza in fondo è questioni di affetto, di amicizia, di partecipazione, di fiducia, di presenza, di gruppo.

E allora arriva un po’ di silenzio, cerchiamo di ricacciare indietro qualche lacrima, perché in fondo avevamo telefonato per tirarci su.

Così finiamo a parlare della nostra lista. Il lungo elenco delle cose da fare quando sarà finito tutto. Ci sono cose stupidissime, quelle che solo per noi hanno un senso; ma ci sono anche cose importanti, feste da recuperare, canzoni da cantare, posti da vedere, persone da incontrare, gelati da mangiare, promesse da mantenere, preghiere da recitare fianco a fianco.

C’è troppo da fare su quella lista, aspettiamo che il mondo riparta Silvia, il mondo ci aspetterà.

Vuoto

A Genova Piazza della Vittoria è sempre piena di macchine parcheggiate. Ora che è vuota, anche se si può godere della sua architettura, del verde degli alberi – sentinelle sempre in piedi che aspettano il ritorno della vita tutto intorno a loro -, beh, fa paura.

Il vuoto ci fa paura, e ci spaventano anche

l’incertezza,

il lento sparire delle persone,

le serrande abbassate,

le vite sospese,

i parcheggi vuoti,

i parchi chiusi, vuoti del vociare più bello e più vivo del mondo,

le panchine abbandonate,

le strade sempre libere di macchine,

i rumori scomparsi,

i pianti ingoiati,

le urla soffocate,

i saluti rimandati,

gli abbracci negati,

gli sguardi diffidenti,

le maschere che nascondono i sorrisi,

la gentilezza scomparsa,

la prontezza ad accusare, nuovi delatori senza guerra,

la disperazione che non sa come salvare se stessa,

la coda, lenta, ordinata, silenziosa: l’ immagine che forse più chiaramente ci descrive oggi: tutti nello stesso posto ma lontani abbastanza da restare soli,

gli autobus vuoti, le fermate, da sempre crocevia di vita e di incontri, oggi avamposti nel deserto dove si trovano i più coraggiosi, o i più indifferenti, chissà,

le dichiarazioni di chi ci dice che uscire da tutto questo lungo sogno è un’illusione, che “ne avremo come minimo fino all’estate”, che “niente sarà più come prima”,

i tentennamenti di chi ci dice che “ci sarà un altro decreto e penseremo a tutti”, e quel decreto non arriva, ma le bollette sì,

la scarsa scientificità di pareri scientifici che si prendono a pugni: “il test sierologico non serve a nulla / il test sierologico potrebbe rivelare chi può tornare alla vita normale”, o ancora: “le mascherine vanno indossate solo se si hanno sintomi / quando usciremo chiunque dovrà indossare una mascherina ogni 4 ore”,

le chiese ancora più vuote che ad agosto,

gli schermi sempre accesi,la strisciante e subdola abitudine a fare a meno del contatto, ad accontentarsi delle videochiamate, delle videolezioni, dei videoparty, dei videoaperitivi, delle videoricette.

Ci spaventa che l’unica possibilità di fronte a questa sfida, sia quella di svuotare le nostre vite, scatola dopo scatola, impegnati in un lento trasloco verso una casa senza luce.

Ci spaventa, ma non può andare così, vogliamo credere nel lietofine di una storia che, senza volerlo e senza ancora capire il perché, siamo costretti a leggere.

Sempre più fratelli

Ho tre piccoli a casa. Tre meravigliosi piccoli. Da quando non vanno a scuola il loro rapporto è cambiato, giorno dopo giorno, gioco dopo gioco.

E’ vero già da prima erano affiatati, anche se il più grande (11 anni) cominciava a ritagliare spazi per sé e per i suoi coetanei, ma la loro unione è salda come non mai, ed è fantastica da osservare e quasi da bere, lo stesso potere di una bevanda energetica dopo una lunga corsa.

Gli articoli si sprecano e da leggere non ci manca, molti sostengono che queste convivenze così forzate e prolungate potrebbero portare allo scioglimento di matrimoni, all’emergere di tensioni solitamente stemperate dallo stare fuori casa, dalla possibilità di non “cozzare” uno contro l’altro troppe volte al giorno.

Magari invece non andrà così.

A me piace pensare che dalle situazioni critiche possa uscire il meglio delle persone e così già mi vedo coppie separate riscoprire l’importanza e la bellezza dello stare insieme, del condividere i problemi, dello spaccarsi la testa insieme per trovare soluzioni che sembrano così impossibili da trovare; e poi fratelli e sorelle che riscoprono la bellezza di parlare davvero, oltre i grugniti di saluto standard; figli che possono contare su genitori più presenti e genitori che riscoprono figli carichi di entusiasmo trascinante sempre, comunque e nonostante tutto.

Immagino le tensioni sciogliersi, i cuori aprirsi, le menti incapaci di dare per scontato chi ci è accanto, chi ci mancherebbe tantissimo, chi non potremmo sopportare di non vedere per tutti questi giorni.

Che poi sarebbe come pensare che ognuno di noi possa dare il meglio di sé, possa vincere lo sconforto, perché quello è una brutta bestia e si attacca al cuore di chi ci sta vicino con una velocità impressionante.

Potremmo anche pensare che è vero che il Bene vince sempre e che ha mille modi di manifestarsi, di farsi strada anche tra strade così vuote di persone e così piene di sofferenza.

Che torneremo ancora a cantare

Da giorni la canzone che si attiva in automatico nella mia testa è “Generale” di Francesco De Gregori, in particolare il pezzo di strofa che dice: “che la guerra è bella anche se fa male, che torneremo ancora a cantare e a farci fare l’amore, l’amore dalle infermiere”.

Ricordo che all’inizio di questa avventura i più entusiasti della clausura forzata continuavano a ripetere che tutto sommato ci chiedevano solo di stare tranquilli sui nostri divani, una bibita e una serie tv a tenerci compagnia, che in fondo c’era poco da lamentarsi perché i nostri nonni (o bisnonni) avevano fatto la guerra e quello sì che era drammatico.

Per noi figli o nipoti nati senza aver mai conosciuto armi, rifugi anti bombe, coprifuoco, mercato nero, fame, va bene tutto. Siamo accondiscendenti oltre misura, siamo disposti a rinunciare ad ogni libertà se in gioco ci sono le nostre vite tranquille; possiamo fare aperitivi con amici che vediamo sul minuscolo schermo dei nostri smartphone, possiamo far studiare i nostri figli davanti a quel tablet che fino a ieri faceva così male, possiamo accettare di essere connessi solo attraverso onde elettromagnetiche.

Ammirevole ed ingegnoso spirito di adattamento? O deriva di vite completamente pilotate da altri, da tempo incanalate su social media e solitudine?

A quanto, per quanto tempo, quanti di noi, sono disposti di buon grado a rinunciare a libertà piccole, grandi, gigantesche? Le analisi dei sociologi si sprecheranno, le interpretazioni di questo nuovo fenomeno sui libri di storia saranno forse in grado di cogliere quello che oggi ci sfugge.

Spero che, una volta usciti dall’emergenza, dalla paura, dal silenzio, questa occasione non vada sprecata e che ogni spunto di riflessione possa essere sviscerato e magari spingerci dalla disperazione alla rivoluzione.

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