Così chiediamo la pace?

Siamo dunque così noi europei?

Siamo pronti a mercificare le immagini dei nostri bambini? Un lecca lecca ed un fucile consegnati ad una bambina sullo sfondo di una guerra vera.

La foto che è diventata simbolo della recente guerra in Ucraina è assurda. Ognuno di noi dovrebbe fermarsi e pensare a quanto male è racchiuso in quello scatto.

Abbiamo dunque rinunciato a proteggere i nostri bambini? Quando abbiamo deciso che fossero sacrificabili? Quando abbiamo capito che potevamo inondare i loro occhi di terrore? Dare loro armi per provocare che cosa?

La reazione di condanna verso qualunque guerra dovrebbe essere unanime, ma mai e poi mai dovrebbe essere suscitata da un’immagine del genere.

Molti commenti hanno sottolineato che in quanto occidentali sentiamo questa guerra più vicina, sentiamo quelle persone – colpite dalla devastazione del loro paese, delle loro vite – più simili a noi e per questo siamo più coinvolti. Inviati americani sono arrivati a dire che gli Ucraini sono bianchi quindi non possiamo semplicemente girarci dall’altra parte.

Posto che una considerazione simile è pericolosa e aberrante, non credo che sia così. Sentiamo questa guerra diversa perché ci fa paura, perché i media la raccontano giorno dopo giorno sfumandone i colori già cupi con pennellate distorte, strizzando l’occhio al terrore, alle nefaste possibilità di bombe atomiche e all’incombenza di un conflitto mondiale che non risparmierebbe nessuno.

Siamo abituati a vivere governati dal terrore. Un virus ha messo in discussione ogni valore e ogni libertà, la paura di un’esplosione atomica può fare sicuramente di più.

Ma i bambini dovrebbero essere protetti, sempre e in ogni luogo. Questo la storia dovrebbe avercelo insegnato e questo non dovremmo dimenticarlo mai.

Eppure qualcosa è intervenuto nelle nostre menti e ha azionato il corto circuito.

Una bambina con un fucile ed un lecca lecca diventa il simbolo della resistenza ucraina, diventa motivo di orgoglio per la sua nazione e molte altre, che credono di vedere in lei il coraggio, l’ineluttabilità di un combattimento ad armi impari con il proprio destino senza chinare la testa.

Ci ho pensato molto, perché per me quella foto rappresenta un’enorme sconfitta, è drammatica e così triste da togliere il fiato, anche – e anzi forse proprio – perché  è scattata ad arte.

La sconfitta dell’umanità tutta, che baratta i suoi valori più alti con una manciata di clic sotto ad una foto.

La sconfitta dei sentimenti, che sembrano anestetizzati davanti alle immagini più assurde di morte e disperazione.

La sconfitta dell’educazione, che dovrebbe urlare da una parte all’altra del mondo che i bambini non possono toccare le armi, che devono impugnare solamente il rispetto e la gentilezza e devono avere in dotazione sorrisi grandi e braccia aperte, perché solo così potranno credere che hanno il diritto di vivere in pace.

 La sconfitta della ragione che non riesce più a distinguere tra realtà e finzione, non vede più il confine tra sociale e “social”, non vuole scavare per comprendere e si accontenta di galleggiare su acque inquinate da mezze verità o da bugie.

Su queste basi potrà mai costruirsi la pace?

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Cari figli

Cari figli,

perdonateci.

Un giorno forse vi guarderete indietro, ci guarderete e penserete che i vostri genitori non hanno avuto nessun coraggio, e non hanno pensato al vostro bene, ma solo a conservare il più possibile le loro vite, sempre troppo incasinate, troppo difficili, troppo piene di qualunque impegno irrinunciabile.

Un giorno, quando avrete smesso di essere trascinati da noi sempre di corsa, sempre con “un bacio al volo che devo correre al lavoro”, con un “tirati su la mascherina che non può darti fastidio, pensa i dottori che la tengono tutto il giorno”, sempre con un “no adesso andiamo che devo ancora fare la spesa, passare a ritirare un pacco, portare una busta alla nonna, andare dall’estetista, mandare una mail, preparare la cena”; forse ci guarderete (se i nostri occhi non saranno fissi sul telefono) e vi faremo anche un po’ tenerezza e magari avrete voglia di rinnegare tutto quello che il nostro esempio vi ha insegnato, o anche tutto quello che non vi ha insegnato.

Lo spero, perché spero che possiate vivere una vita più piena di senso e più vuota di impegni, più piena di affetti concreti e più vuota di messaggi e cuoricini disegnati, che poi in fondo, ad una certa età, fanno anche un po’ ridere.

Forse un giorno vi guarderete indietro, ci guarderete e penserete: “ma come hanno fatto ad accettare tutto questo”? Ci accuserete di aver bruciato sull’altare del quieto vivere semplicemente tutto: ogni diritto, ogni pensiero critico, ogni dubbio, qualunque cosa. Tutto per portarvi a sciare, fotografare un sorriso di famiglia tra mille litigate e dimenticare quello che il nostro paese sta diventando.

Il nostro paese sta diventando un regno di follia, privo di logica, dove vale tutto e il contrario di tutto ma solo per gli obbedienti, nuova casta di questo assurdo mondo capovolto.

Forse un giorno a guardare i nostri video, le nostre stories, i nostri reel, proverete un pochino di rabbia, perché in fondo quelle stanze allestite a set fotografici, quel silenzio necessario perché mamma sta montando un video dove salta e all’improvviso cambia abbigliamento, e papà invece sta sistemando quello dove cucina velocissimo e proprio non riesce a trovare la musica giusta; vi hanno rubato qualcosa: forse tempo, forse attenzioni, forse la saggezza  di un contatto con la realtà che sembra perso.

Forse un giorno proverete rabbia, perché vi abbiamo infilato nella confusione totale, in un mare di possibilità dove qualunque onda è quella giusta, dove le certezze non esistono, dove avere un’opinione e restare fermi è sbagliato, è giusto solo lasciarsi trasportare dal vento, non importa quanto forte soffi e su quale isola dimenticata da Dio può farti finire.

Ci chiederete se abbiamo delle convinzioni, dei valori irrinunciabili. Vi accorgerete che il nostro fluttuare fintamente liberi da un pensiero ad un altro, da un genere all’altro, da un amore all’altro, da una vita ad un’altra, è stato per voi fonte di confusione e disagio e quei punti fermi che avete cercato dappertutto non lo siamo stati. Ve ne accorgerete? Spero di sì, perché allora potrete scegliere di perdonarci e di non ripetere i nostri errori.

Vi abbiamo privati dell’aria pura, proprio come fanno le mascherine che vi facciamo tenere in viso anche quando camminate da soli, o quando giocate e correte senza sosta, così bravi a cercare il bello della vita che niente può fermarvi.

Vi stiamo dicendo che va bene passare dieci giorni chiusi nelle vostre camere anche quando state bene, perché forse all’improvviso potreste stare male; e in fondo c’è il computer, e whatsapp ,e gli amici è uguale toccarli o giocarci in multiplayer su Fortnite. Il dramma è che voi ci state credendo e noi stiamo elemosinando aiuti per mandarvi dallo psicologo perché non dovevate crederci!

Vi stiamo dicendo che la libertà delle persone è quella legata a come vivono la loro sessualità, come se gli esseri umani fossero identificati solo dal loro sesso, non dalla loro dignità, dalle loro passioni, dalle loro ferite e dalla loro anima, così sottile che sembra sparita, volata via.

Vi stiamo dicendo che la solidarietà (principio inderogabile citato nel secondo articolo della nostra Costituzione) si dimostra solo ai compagni che rivendicano il diritto di vestire come preferiscono, non ai compagni che sono costretti a restare a casa perché non vaccinati, o che sono costretti a non fare sport per lo stesso motivo.

Vi stiamo dicendo che le minoranze danno fastidio ed è giusto punirle non facendole partecipare alla vita sociale, non facendole entrare nei negozi, impedendo loro di lavorare, impedendo loro di esprimersi, di sollevare i loro dubbi, di essere ascoltate.

Vi stiamo dicendo che se non siete virologi non potete parlare di salute; se non siete metereologi non potete parlare di tempo, se non siete politici non potete parlare di politica; forse un giorno ci chiederete: e quindi di cosa possiamo parlare? Su cosa possiamo domandare? In che campo è lecito ragionare insieme?

Vi stiamo dicendo che il corpo è vostro e solo vostro e potete farne quello che volete: cambiarlo, pitturarlo, maltrattarlo, regalarlo, ucciderlo quando non vi piace più, quando diventa un peso per voi o per gli altri, ma quando si tratta di un vaccino il vostro corpo non vi appartiene più.

Vi stiamo insegnando che chi soffre si lascia solo, che la paura guida tutte le nostre azioni, che i nonni si accontentano di vedervi allo schermo, perché vuoi mettere un abbraccio con il rischio di attaccare loro un maledetto virus?

Vi stiamo dicendo che l’Italia è un paese dove se ti ammali al sud non puoi essere curato, anche se mamma Europa ci ha ricoperto di soldi che dovevano migliorare i nostri ospedali. Puoi solo sperare di arrivare in tempo al nord, ma a volte non ce la fai e pazienza, è andata male, se solo avessi avuto il vaccino!

Vi stiamo dicendo che sui luoghi di lavoro basta controllare il certificato di avvenuta vaccinazione contro il Covid – 19, non ha importanza se le impalcature sono a norma, se i macchinari sono sicuri, se gli operai sono al sicuro.

Vi stiamo dicendo che un ponte autostradale può crollare e distruggere 43 vite, perché i tecnici che dovevano occuparsi della sua manutenzione non l’hanno fatto, desiderosi di far risparmiare denaro ai gestori che si rammaricano di non aver chiesto subito “scusa”, un po’ come quando voi rompete un bicchiere o litigate con un amico e lo spingete troppo forte.

Vi stiamo dicendo non ci riguarda nulla, non ci riguarda il nostro vicino di casa, non ci riguarda la disperazione degli altri, non ci riguardano le ragioni dell’altro, non ci riguardano le richieste d’aiuto, le lacrime, le urla, le guerre, la povertà, le malattie, perché in fondo abbiamo già i nostri casini e non c’è spazio per nient altro e per nessun altro.

Vi stiamo dicendo che devi amare te stesso, prima di tutti, altrimenti non puoi amare nessun altro, non ci sfiora l’idea che il rapporto possa essere rovesciato, che proprio amando l’altro puoi amarti di più, perché amando l’altro sei più bello e lo specchio ti rimanderà la tua immagine felice e brillante, senza bisogno di filtri, shampoo, pilates.

Perdonateci perché vi stiamo dicendo una marea di falsità, e perdonateci perché forse in fondo non ci crediamo neppure, ma non sappiamo come tirarci fuori da questo groviglio intricato che ci occupa la vita.

Lettera aperta a voi genitori

Cari genitori,

il mio è un appello accorato a tutti voi.

Vi chiedo qualche minuto del vostro tempo per leggerlo, qualche altro minuto per rifletterci e, se lo riterrete sensato, per condividerlo.

Credo che dobbiamo fermarci, credo che stiamo facendo il male dei nostri figli.

Cerchiamo di ragionare senza pregiudizi, proviamo a lasciare a terra i sacchi di confusione che da due anni continuiamo a riempire e a portare senza chiedere aiuto, senza fermarci, ripetendo “tanto è così” come se fosse un mantra.

Vogliamo insegnare ai nostri figli che le cose sbagliate non si possono cambiare? Vogliamo insegnare loro che è sempre meglio chinare la testa, obbedire, anche quando ci viene imposto qualcosa di sbagliato, di assurdo, che lede i diritti nostri o dei nostri amici?

Vogliamo distruggere la ragione critica? Mettere in soffitta il dialogo, il dibattito, la polemica?

La situazione nelle scuole è assurda, si sta promuovendo una discriminazione priva di qualsiasi logica (ammesso che mai ne possa avere una) e il diritto allo studio è seriamente compromesso.

Ragioniamo. Con due casi di positività la classe si divide: i vaccinati “completi” possono continuare a frequentare le lezioni in presenza; i non vaccinati o i vaccinati “ma non del tutto” sono costretti dieci giorni a casa e seguono una didattica a distanza che è ormai dipinta come il male (e lo è, io ne sono certa).

I casi di positività compaiono indistintamente tra alunni vaccinati e non (nella mia esperienza a dire il vero sono più ricorrenti nei vaccinati “completi”, ma non ha importanza).

Coloro che continuano ad andare a scuola avranno più possibilità di contagiarsi, i giorni passeranno e al rientro dei compagni confinati a casa potrebbero emergere nuovi positivi e il giro ricomincerebbe sempre a scapito dei soliti.

Possiamo affermare che le regole anti contagio che il nostro Governo ci ha imposto non funzionano, e questo possiamo affermarlo da qualunque posizione ci troviamo.

Nessuna evidenza scientifica supporta questa strada, davvero nessuna.

Ragazzi in salute, negativi a tamponi che ormai fanno parte del loro quotidiano, passano interminabili giornate a casa, seduti, gli occhi incollati al telefono, al computer, come se avessero imparato ad accontentarsi di osservare il mondo sugli schermi.

Beh, è anche colpa nostra. Del nostro “tanto è così, cosa ci vuoi fare”.

Possiamo fare qualcosa. Possiamo non mandare a scuola i nostri figli. Un giorno in più non cambierà nulla, da due anni stiamo elemosinando giornate tranquille.

Mettiamoci d’accordo, spieghiamo ai nostri ragazzi che vogliamo mandare un segnale forte e chiaro, che sappiamo ragionare con le nostre teste e che non accettiamo tutto, non sempre. Torniamo a sognare che un mondo migliore sia possibile e facciamolo sognare a loro.

Non mandiamoli a scuola, un giorno, tutti insieme.

Senza i ragazzi non vaccinati la scuola perde un pezzo. Senza i ragazzi che hanno bisogno di insegnanti di sostegno, assenti per quarantene infinite, la scuola perde un pezzo. Senza i ragazzi vaccinati, delusi da una positività che pensavano di evitare, la scuola perde un pezzo.

Senza i nostri ragazzi la scuola non esiste.

Coraggio

Ieri era la giornata mondiale dell’Istruzione.

Personalmente credo che ogni volta che si istituisce la “giornata di” un’idea, un’istituzione, un sentimento, non si faccia altro che banalizzarlo e svilirlo, ma questa è un’altra storia.

Ieri era la giornata mondiale dell’Istruzione, molti ragazzi sono a casa davanti ad uno schermo che fa da scuola; altri sono arrivati alle loro scuole, ancora edifici dove entrare, accompagnati da genitori che si fanno in quattro per prenderli e portarli perché i loro ragazzi, senza vaccino, non possono prendere gli autobus.

Alcuni insegnanti ogni mattina controllano se i loro alunni hanno le carte in regola per partecipare alle lezioni, anzi, la carta verde in regola.

E così arriva Giovanni, lo conoscono bene, bisogna stargli dietro perché ha un sacco di lacune, non si concentra e se lo molli un attimo è perso, ma caspita ha fatto il vaccino anti Covid ben più di 120 giorni fa, e così Giovanni viene invitato a tornare a casa; la prof. è dispiaciuta e gli raccomanda di collegarsi e lasciare accesa la telecamera.

Nell’altra classe invece è Giulio che deve tornare a casa, Giulio che è il numero uno, studia come un matto, e quest’anno ha deciso di rinunciare allo sport per evitare contagi e stop didattici perché è in terza media e ci tiene a fare una bella figura all’esame. Lui sa benissimo che in classe è tutto diverso, che gli stimoli sono tanti e la voglia di intervenire, rispondere, chiedere, quella voglia così sana il computer la spegne.

In una seconda elementare Antonio è da solo, ha pregato la mamma con tutte le lacrime possibili di non lasciarlo, di portarlo in ufficio, dalla nonna, ovunque, ma non al suo banco con la maestra e basta; però la mamma non poteva proprio portarlo con sé e la nonna aveva una visita prenotata da mesi e “in fondo sono solo otto ore, vedrai che correranno velocissime”.

A casa di Martina sono quattro tra fratelli e sorelle, lei è stata la prima a risultare positiva, tutta la famiglia quindi ha pazientemente aspettato i tempi imposti dalle attuali norme, l’importante è stare bene. Allo scoccare del quattordicesimo giorno Martina ha fatto il tampone, stavolta col sorriso, ed ha esultato quando le hanno detto che era negativo, continuava a pensare che il giorno dopo sarebbe tornata a scuola e avrebbe rivisto il ragazzo di 3°f che le piace davvero tanto. Dopo solo due settimane è stata sua sorella Anna a ritrovarsi tra febbre, tampone e referto positivo, di nuovo tutti chiusi in casa, tutti. Increduli, pallidi, ma l’importante è stare bene.

Ieri era la giornata mondiale dell’istruzione.

Il professore senza vaccino non ha potuto festeggiare, lontano dalla scuola, che comunque gli sta tenendo il posto nell’attesa che giunga a più miti e soprattutto obbedienti consigli e si vaccini, tre volte per tutte! E’ a casa, vive da solo ed è quasi depresso, non per lo stipendio, ma per i ragazzi che non sta seguendo, per i ragazzi che si sentono traditi, per quelli che gli mandano un messaggio ogni tanto dicendogli che lo capiscono, di non preoccuparsi che il supplente non è cattivo.

Queste sono ingiustizie, ragazzi credetemi è ingiusto che voi siate a casa mentre i vostri compagni, ma solo quelli che hanno ricevuto il vaccino come una medaglia al valore, continuano a frequentare lezioni che senza di voi perdono parte del senso. Perché la scuola è fatta prima di tutto da voi, voi tutti.

Ma da questa ingiustizia, vi prego, non fatevi schiacciare. Sfoderate i vostri sorrisi più belli, quelli sinceramente pieni, quelli che nascono da pochi pensieri sul futuro e ancora meno rimpianti ancorati al passato, e studiate, leggete, intervenite, attraverso lo schermo, sui vostri fogli, sui programmi meravigliosamente tecnologici e virtuali che avete a disposizione.

Fate vedere chi siete.

Lo so che è una frase fatta, ma ha il suo fondo di verità. Dimostrate che la cultura è di tutti, che la scuola ha millemila problemi e dovrebbe essere ripensata, risognata; che gli insegnanti dovrebbero essere migliori; che gli edifici scolastici dovrebbero essere rasi al suolo e ricostruiti, ma che, nonostante tutto, voi tornereste subito e tornerete sempre.

State certi che senza di voi manca una parte di anima in quelle classi semivuote.

Chiedete di tornare, fatelo notare, con educazione, che non è giusto. Non stancatevi di chiedere il senso di provvedimenti che mirano solo a punirvi, non avete fatto niente di male, non dovreste essere puniti.

E abbiate coraggio, siate pieni di coraggio, traboccate di questo sentimento meraviglioso che noi, più grandi, non abbiamo saputo farvi vedere.

E perdonateci per questo.

Lettera al Presidente della Repubblica Italiana

Egregio Presidente, nei suoi ultimi discorsi, compreso quello di fine anno, ha detto che il Paese è unito e che regna la fiducia nelle Istituzioni, almeno da parte della maggior parte degli Italiani.

Sinceramente non credo sia così, a meno che Lei non consideri come espressione dei sentimenti del popolo gli interminabili minuti di applausi che Le sono stati tributati al Teatro alla Scala di Milano.

Il popolo in quel teatro non entra, non solo da quando esistono criteri di capienza massima o distanziamento sociale, ma da sempre.

Il paese è lacerato, diviso tra categorie senza senso che hanno la pretesa di avere ragione, poco importano il fondamento o i presupposti di una scienza che la politica ha accortocciato e di cui si è servita in modo sconsiderato.

Regna l’egoismo, non la fiducia.

Dilaga l’intolleranza, non la fiducia.

Si accende il servilismo, non la fiducia.

E’ diffuso un senso di stanchezza sfiancante, non la fiducia.

E non potrebbe essere diversamente, le informazioni si susseguono come i decreti, o come le dosi di vaccino, si va avanti, si torna indietro e poi di nuovo da capo.

Sa che i medici consigliano la vaccinazione per i più giovani “perché altrimenti non si fa più vita signora mia!”? Questa è scienza?

Sa che moltissimi cittadini sono andati a vaccinarsi a denti stretti, piegati dal ricatto di perdere il lavoro? Questa è fiducia?

La prego di credermi se le dico che ho sofferto per questa pandemia, meno di alcuni e più di altri. E la prego di credermi se le dico che mi spaventa e che sono sempre stata responsabile e attenta, soprattutto da quando sono mamma. Non ho mai esitato a chiudermi a casa con i miei bambini quando sono stati malati e non li ho mai affidati ai nonni in quei casi, considerando saggio non esporli a virus o batteri che avrebbero potuto colpirli nella loro fragilità. Da sempre, non dall’avvento del Covid.

Stessa cosa per la scuola, per il rispetto e l’attenzione che sempre mi hanno guidata nello scegliere di tenere a casa i miei figli al primo accenno di raffreddore e, mi creda, non è così scontato.

A proposito di rispetto.

Mi fa soffrire quando chiunque sia contrario al vaccino o alla tessera verde viene accusato di non rispettare i morti di questa tragedia, o ancora viene accusato di non rispettare tutti coloro che non hanno accesso alla vaccinazione.

Qualche mese fa un’anziana signora non riusciva a smettere di piangere, mi raccontava l’ultimo volta in cui ha visto suo marito, portato via da un’ambulanza, malato di Covid. Suo marito è morto e lei avrebbe voluto vestirlo proprio come lui le aveva chiesto, ma non è stato possibile, lo hanno chiuso in un sacco nero e lei non riesce a superare il dolore di quella perdita e di quella promessa mancata, l’ultima cosa che avrebbe potuto fare per il fedele compagno di una vita. E’ questo il rispetto per i morti?

Sa, Signor Presidente, che famiglie addolorate sostavano davanti ai cimiteri avvicinando sacerdoti di buona volontà che dedicassero ai loro morti una preghiera, una benedizione, perché non era permesso celebrare funerali? Questo è rispetto per i morti?

Signor Presidente sa quanti anziani si sono lasciati morire in quelle case di riposo dove non avevano voluto entrare e che erano diventate le loro prigioni, senza visite, senza contatti con l’esterno, ascoltando spiegazioni al telefono che faticavano a comprendere?

Quanti anziani sono morti senza il conforto dei loro cari, dei loro nipoti? Questa è cura dei più fragili?

Non siamo più all’inizio della pandemia. Le decisioni che il governo che Lei appoggia sta prendendo sono prive di logica, non sono neanche più avvolte dal mantello scientifico con il quale fino a tempo fa cercavano di coprirsi, sono assurde, persecutorie, cattive, discriminanti, oltre ogni ragionevole considerazione.

Sa quante persone stanno soffrendo? Alcuni di coloro che avete catalogato come “no-vax” vivono nel terrore, rifiutano cure cui ogni giorno si sentono urlare di non avere diritto, perdono la vita nella confusione più totale, circondati dal disprezzo dei vicini che sotto sotto liquidano la faccenda con un “se l’è cercata”.

Perché non avete imposto l’obbligo vaccinale? Perché non avete scelto di tutelare tutti allo stesso modo? Vi serviva un capro espiatorio nel caso in cui i vaccini preparati di corsa non avessero funzionato? Lei Presidente avrebbe avuto il dovere di essere imparziale, di ascoltare le voci di tutti, di rispettare le posizioni, e di indirizzare lo Stato verso il Bene comune.

Comune. Di tutti.

E’ gratificante il potere di togliere l’aria, piano piano, un po’ alla volta?

La richiesta dei Presidenti delle Regioni, sceriffi mancati, delle ultime ore, mi getta nello sconforto più totale.

Chiedono che in classe, in presenza di due contagiati, scatti la didattica a distanza solo per i non vaccinati.

Signor Presidente la scienza vi ha detto che i vaccinati non sono immuni dall’essere contagiati né dal trasmettere il contagio.

Signor Presidente che ne è del diritto alla privacy? Perché i bambini dovrebbero subire una simile angheria?

Quando finirà tutto questo? Cosa guida le vostre scelte?

Non è la Verità, non è il Bene, non è la solidarietà, non è la Fede.

Cosa?

Quaranta

Ho compiuto 40 anni, adesso mi tocca vivere diversamente!

Sto scherzando, ma festeggiare è un conto, scriverlo fa un altro effetto.

Non mi sono venuti in mente bilanci o somme, ho guardato chi avevo attorno e ho provato gratitudine; pura, immensa, stupita, infinita gratitudine.

Ho capito qualcosa, o almeno credo di aver capito qualcosa. Qualcosa di me e forse qualcosa del mondo.

Ho capito che amo il mare, di un amore vero ed incomprensibile, forse quando Dio mi ha pensata era di fronte all’acqua, probabilmente si stava godendo un tramonto increspato dalle onde.

Ho capito che ho paura di troppo, di tutto, e che la paura è la cosa che meno mi piace e quella che faccio più fatica a cambiare, perché è diventata la mia coperta e uscire fuori al freddo non mi piace.

Ho capito che i bambini sono stati, sono e saranno la parte migliore di ogni mondo possibile e che fortunato è l’adulto che ha tempo da perdere con loro rincorrendo i piccioni o le foglie che volano nel vento.

Ho capito che costruire una famiglia è un’impresa a cui dedicare tutte le proprie energie, perché ne vale la pena, qualunque pena, davvero.

Ho capito che non ringrazierò mai abbastanza Dio, non estinguerò mai il mio debito, e che va bene perché bisogna saper accettare i regali e dire semplicemente “grazie”.

Ho capito che il grande amore esiste, magari comincia come nelle favole, ma è davvero grande quando affronta la realtà, quando perdona, quando sostiene, quando è solo semplicemente presente.

Ho capito che i soldi non mi piacciono, nel senso che non mi piace pensare che ogni cosa abbia un prezzo, che si possano comprare i sorrisi, che le giornate siano felici solo se non hai limiti di spesa.

Ho capito che mi piacciono i libri, che le persone quando raccontano storie sono eccezionali, danno il meglio di sé, forse perché sono nate per raccontarsi, ascoltare racconti, tramandare vita e sogni.

Ho capito, e ci ho sofferto, che la politica non è il sogno che avevo da ragazza, che non è più calata nella realtà o nella vita delle persone, ma insegue ricchezza e potere smisurato e pericoloso.

Ho capito che a volte le persone danno il peggio di sé senza nemmeno accorgersene, che la storia è piena di male iniziato come mancanza di bene, come distrazione, come silenzio, come stanchezza.

E poi ho visto che ci sono persone che fanno il Bene senza nemmeno accorgersene, e sono luminose e felici e quando le si incontra viene solo voglia di seguirle, ma spesso non si trova il coraggio.

Ho capito che è facilissimo dare la colpa a qualcun altro, è facilissimo e ci viene quasi naturale trovare chi ci ha fatto sbagliare, chi ci ha convinti a fare qualcosa, chi non ha fatto abbastanza, chi ci ha lasciati soli; ma la nostra vita dipende da noi, dalle nostre scelte, da come viviamo le nostre vittorie e le nostre sconfitte, le nostre mancanze, i nostri dolori.

Ho capito che posso fare a meno di tanto, del troppo che il tempo in cui vivo mi mette a disposizione, e ho capito che vorrei insegnare ai miei figli a fare a meno, a trovare la felicità nel poco, perché nell’abbondanza sono capaci tutti a perdersi, nell’essenziale solo le persone davvero felici si trovano.

Ho capito che fidarsi è bene e non fidarsi non è bene, ti condanna a dubitare, sempre, di tutto e di tutti; invece quando ti fidi e ti abbandoni sei più leggero, più sereno.

Ho capito che tra le cose peggiori che possiamo fare a chi ci sta vicino, o che chi ci sta vicino può fare a noi, o, ancora, che possiamo fare a noi stessi, c’è quella di non credere che si possa cambiare, magari nell’ultimo istante, sul filo del rasoio. Scommettere sulla redenzione, sul perdono, è sempre la cosa giusta; perché non è vero che “sei fatto così e quindi non c’è niente da fare”, ma è vero che se te lo senti dire farai di tutto per non smentirlo.

Ho capito che voglio diffidare di chi trasforma i diritti in bandiere, perché le bandiere dipendono dal vento, i diritti non dovrebbero dipendere da niente e da nessuno.

Ho capito che le difficoltà, i guai, ti mettono alla prova e ti danno l’opportunità di creare soluzioni, di immaginare l’impossibile, di sperare contro ogni probabilità.

Ho capito che l’Italia è il paese più bello del mondo, perché ci sono nata e sì, non siamo alberi, ma abbiamo radici.

Ho capito che oggi che sui social puoi avere 5678 amici o magari un’intera community, ma gli amici con cui condividere la strada non farai nessuna fatica a contarli.

Ho capito che non si può vivere per sempre, che in fondo tutti lo vorremmo e vorremmo stare sempre bene e non soffrire mai, ma il gioco non funziona così e fare finta che sia possibile non ci aiuta. Siamo confusi e la confusione si nota quando tifiamo per l’eutanasia o per l’aborto perché “il corpo e la vita sono miei fino alla fine” ma poi non accettiamo chi non vuole vaccinarsi magari per lo stesso principio.

Ho capito che l’egoismo è un mostro, che accende un fuoco in ogni cuore e per spegnerlo tocca soffiare tutti i santi giorni.

Ho capito che poi in fondo non ho ancora capito nulla.

Ho capito che la musica è speciale, che mi piacerebbe montare ogni vita con una colonna sonora adatta.

E ho capito che la vita è meravigliosa, ma non ho ancora visto il film.

Uno per tutti, tutti per uno.

Uno per tutti, tutti per uno.

Ieri mi sono emozionata. Ho letto le notizie del giorno e quella che riguardava la ferma posizione dei portuali di Trieste di non cedere, nemmeno di fronte al contentino dei tamponi gratuiti, e portare avanti l’intenzione di fermarsi dal 15 ottobre fino a quando il green pass smetterà di essere affiancato alla parola “lavoro”, beh, ho avuto i brividi.

Vorrei che provassimo a pensare, prima di schierarci, a quanto bene, quanto coraggio, quanto idealismo abbiamo davanti agli occhi.

Proviamo ad abbandonare le nostre convinzioni solo per un attimo, facciamo finta che lo stadio con i pro vaccino e i contro sia chiuso, facciamo finta di considerare l’obbligo di green pass  nudo e crudo, e magari proviamo a calarci nella testa di chi lavora davvero in gruppo, di chi si fida sul serio dei suoi compagni di squadra, di chi considera i colleghi “amici” e non individui a cui fare le scarpe appena possibile.

Quante volte ci sentiamo dire che dovremmo puntare di più sull’empatia? Ecco, proviamoci.

I lavoratori del porto di Trieste, e di Genova subito dopo, non hanno dubbi.

“Se anche uno solo di noi non potrà venire al lavoro, o dovrà pagare per lavorare sarà un problema di tutti” e ancora: “Noi non ci siamo mai fermati, durante i mesi più duri della pandemia eravamo qui a lavorare, e ora? Ci dite che possiamo lavorare solo col green pass?”. Non possono accettarlo.

Dopo aver accantonato l’emozione, e forse anche un po’ di sana invidia, che scaturisce di fronte a chi non abbassa la testa e lo fa perché non è solo, ma circondato di amici, chiediamoci perché.

Sarà perché questi uomini hanno paura del vaccino, dei misteriosi effetti avversi? O perché hanno ragionato sul fatto che anche se sei vaccinato puoi contagiare, e quindi poi dov’è il senso scientifico di creare falsa sicurezza, magari spingendo così ad abbassare la guardia e tornare a considerare una febbre come un malessere passeggero “tanto siamo vaccinati”? Sarà perché questo governo non gli piace?

Io sinceramente non credo che sia nessuna delle ipotesi precedenti.

Credo che abbiano agito d’istinto, e il loro istinto gli abbia suggerito che il lavoro è una cosa seria, qualcosa di sacro che davvero nobilita l’uomo, scolpisce i muscoli della sua schiena e insieme i valori della sua vita, quindi nessuno può impedirti di lavorare condannandoti per una scelta personale che sei legittimato a compiere.

Credo che abbiano agito per solidarietà, verso i colleghi che si sono trovati messi alle strette, verso tutti i lavoratori che hanno cominciato a fare calcoli su quanti tamponi, quanta parte di stipendio destinare alla piccola tortura dell’invasivo esame ogni 48 ore, e invece di rispondere “beh, basta fare il vaccino e hai finito di penare”, hanno risposto “non mi interessano le tue motivazioni, se puoi fare questa scelta non ha senso che te la facciano pagare”.

E qui, fermiamoci un momento. Chi non vorrebbe avere amici così? Capaci di sostenerti solo perché sei tu, con le tue scelte giuste o sbagliate, condivise o meno.

Credo che abbiano agito così perché non hanno alcuna intenzione di calpestare i loro diritti, sanno che accantonarli vorrebbe dire correre il rischio di dimenticarli e se li dimenticano, i loro figli correranno il rischio di non trovarli più.

Fermiamoci di nuovo. I diritti sul lavoro sono conquiste spesso sbandierate a sproposito, per riempire la bocca di leader vecchi e nuovi di proclami e parole spesso vuote e inconsistenti, ma chi quei diritti li respira tutti i giorni sa di cosa parla perché il suo sudore glielo ricorda continuamente.

Credo che abbiano deciso di non piegarsi perché nel loro lavoro non è permesso, perché danno tutto la loro forza, i loro nervi, la loro resistenza quando lavorano e perché lavorano insieme e sanno che l’unione davvero fa la forza e che contare su chi ti sta vicino è fondamentale.

Credo che il loro lavoro sia diverso e che sia quello su cui si fonda la Costituzione, non l’unico, ma uno di quelli che stanno alla base.

Quindi, al di là di come andrà a finire, al di là dei passi indietro o avanti, delle trattative, dei cedimenti, li ringrazio, davvero e dal cuore, perché hanno acceso la luce, e non importa quanto resterà accesa, ha già  illuminato la strada.

Se non ti piace, puoi cambiarlo

Se non ti piace, puoi cambiarlo

Quante volte ci siamo sentiti rivolgere questa frase?

Almeno una, in occasione del nostro compleanno o magari di Natale chi ci ha portato il suo regalo, ha  accompagnato il bel gesto con queste parole, incerto e comunque alla ricerca di un modo per scaricare la piccola responsabilità di aver scelto qualcosa che ci rendesse felici.

C’è molto della nostra cultura in questa innocente frase.

C’è la difficoltà di trovare qualcosa che renda felici perché, grazie al consumismo esagerato, tutti abbiamo tutto e più di tutto, e fondamentalmente perché, anche se a volte ci sembra proprio così, non c’è “cosa” che possa renderci felici per più di qualche minuto o qualche giorno.

C’è l’idea, sempre più popolare, che se qualcosa non ci piace, non incontra il nostro gusto possiamo cambiarla con altro, poco importa se chi ce l’ha regalata ha pensato a noi nel momento in cui l’ha scelta, se ha speso del tempo e ha valutato che proprio quel dono fosse giusto per noi.

C’è la voglia di non avere responsabilità, di alzare le mani immediatamente di fronte al rischio di un errore, non importa quanto piccolo o in buona fede possa essere.

C’è la paura che la felicità dell’altro possa dipendere da un nostro gesto: la nuova frontiera dell’individualismo che considera ogni soggetto capace di rendersi felice o infelice da solo.

Sta all’individuo cercare la strada per la sua felicità, sta a lui e a lui solo capire cosa infiamma il suo cuore, cosa riempie i suoi occhi e li fa brillare, cosa toglie la sua sete e gli dà il motivo per affrontare ogni nuovo giorno con l’entusiasmo di un bambino.

Dite che sto scavando un po’ troppo dietro un libro o una maglietta cambiati in negozio?

Sì, è vero. Ma dalle piccole cose il passo a quelle grandi è molto più corto di quello che sembra.

Ragioniamo così anche con la vita e con le sfide, i problemi, i regali non graditi che ci pone davanti.

Ragioniamo così, a volte anche noi credenti, con Dio, pensando di avere il diritto di rimandare indietro anche il dono della vita quando non è perfetta, facile, bella da fotografare, leggera da condividere.

Quando scopriamo che il bambino che portiamo in grembo, o che stanno per avere i nostri amici, i nostri familiari, non sarà solo un frugoletto da coccolare ma sarà anche una croce da trascinare e da rialzare, e non sarà solo risate e sguardi estasiati ma anche lacrime e occhi stanchi. Lo rimandiamo indietro, proprio come un regalo non apprezzato, perché non ci piace, non piacerebbe a nessuno.

Per questo difendiamo a spada tratta il diritto all’aborto e siamo così attenti che venga rispettato e facilitato e compreso, e che chi non è d’accordo non si azzardi a porre imbarazzanti domande oppure obiezioni che minerebbero la convinzione che sia cosa buona e giusta.

Ragioniamo così quando i doveri ci sembrano troppo schiaccianti, quando cozzano con le nostre inclinazioni e quindi poi in fondo possiamo anche non considerarli proprio doveri, ma qualcosa che si può anche accantonare in attesa di una legge che specifichi che non fa per tutti e quindi “trovata la legge, scoperto l’inganno”.

Ragioniamo così quando prendersi carico della sofferenza (anche di chi abbiamo amato per una vita) ci schiaccia e ci toglie tempo e lucidità e cerchiamo di scappare e vogliamo cambiare quella vita così difficile e dolorosa con la morte, l’assenza totale di pensieri e problemi assillanti.

Per questo raccogliamo firme per un referendum che sancirebbe questo diritto di dare indietro il regalo che invece di renderci felici ci sta rovinando l’esistenza.

Ragioniamo così quando non ci capiamo più niente, quando il nostro genere ci ancora a sentimenti e sensazioni che non proviamo, sembra imporci relazioni che non ci soddisfano e allora vogliamo cambiarlo per sentirci al posto giusto, al momento giusto, semplicemente giusti in un mondo dove non c’è più nulla di sbagliato.

Ragioniamo così quando il nostro matrimonio è cupo, ci fa sentire incatenati in una caverna buia dove la promessa di bene si è trasformata in una certezza di disperazione, di tradimento, di infelicità e così vogliamo ridare indietro quell’uomo o quella donna che tempo prima ci era sembrato il più bel regalo che la vita potesse farci.

Rinunciamo a leggere il libro fino alla fine, perché l’inizio ci aveva convinti, ma la parte centrale è così pesante e noiosa da non riuscire a tenere gli occhi aperti e quindi tanto vale perdere il finale, trasformarlo in vita non vissuta, dimenticata, restituita a Chi l’aveva pensata giusta per noi.

Non siamo coraggiosi, non ci sentiamo all’altezza di scavare per trovare il bene, come quando ancora bambini facevamo buche profonde a mani nude per trovare l’acqua, non ci importava quanti sassi, quanta fatica, quanti taglietti sotto le unghie, dovevamo arrivare all’acqua! Il nostro scopo ora sembra essere quello di dissetarci senza fare alcuna fatica, senza perseverare, senza sacrificare nulla.

Allora proviamoci, proviamo a sorridere di fronte a quel regalo brutto, inutile, doppio, imbarazzante, sbagliato. Sorridiamo e ringraziamo, proviamoci.

Furberia sanitaria

D’accordo non si tratta di dittatura sanitaria, e di nuovo d’accordo, il paragone con gli Ebrei e con la loro storia è azzardato e di cattivo gusto.

Ma non possiamo chiuderla qui, non si può liquidare questa situazione facendo finta che sia tutto normale e che un esiguo numero di pazzi complottisti anti vaccini stia scalciando perché anche quest’estate gli svaghi sono pochi (figuriamoci se sforniti di green pass).

Il verde è sicuramente il colore del nostro secolo. Lo era già quando al centro del dibattito c’erano l’ecologia e Greta (bei tempi!), lo è, a maggior ragione ora, che è diventato il “must have” dell’estate 2021.

Per quanto mi riguarda lo trovo assurdo, indegno di un paese democratico, figlio di una classe dirigente che è abituata a passarsi ogni responsabilità come fosse palla avvelenata.

Credo che, se la situazione sanitaria lo richiede, se il rischio sanitario di una nazione è talmente alto da far dire al Presidente del Consiglio che “se non ti vaccini muori o fai morire”, beh, il vaccino dovrebbe essere reso obbligatorio e lo Stato dovrebbe assumere sulle sue larghe e sagge spalle ogni responsabilità, ogni evento avverso che dovesse colpire i cittadini più sfortunati, sacrificati sull’altare del bene comune.

Introdurre questa specie di lasciapassare per la vita è drammaticamente assurdo. L’organizzazione mondiale della Sanità afferma che la vaccinazione, essendo sperimentale visti i brevissimi tempi in cui è stata messa a punto, non dovrà essere obbligatoria e che nessuno dovrà subire discriminazioni di sorta, soprattutto chi deciderà di non vaccinarsi.

Con il green pass è chiaro che questa indicazione non può essere rispettata.

Mentre Inghilterra e Germania frenano sull’estensione del vaccino dai 12 ai 18 anni, in Italia si decide che dai 12 anni o sei vaccinato o salti la gita al museo, salti la festa in piscina, in montagna mangi solo fuori battendo i denti, a scuola chissà, insomma vai a finire in castigo per un tempo indefinito.

Le contraddizioni si rincorrono, le misure volte a contenere l’epidemia cambiano di settimana in settimana, i commenti di giornali e personaggi noti sono versipelle e a volte sgradevoli e al limite della cattiveria.

Riversarsi n piazza senza mascherina per festeggiare la vittoria della Nazionale diventa segno di rinascita e della voglia degli Italiani di lasciarsi il Covid alle spalle e ricominciare a vivere ;riversarsi in piazza senza mascherina per manifestare il proprio pensiero sull’introduzione del lasciapassare verde diventa dimostrazione di irresponsabilità e di nessun rispetto per il numero di morti che il Covid ha provocato nel nostro paese.

Il virologo più virologo che ci sia chiama “sorci” i non vaccinati, Selvaggia Lucarelli li minaccia scrivendo “ora a casa ci state voi”, David Parenzo invita i riders a “sputare” nel cibo ordinato dai no vax, Michela Murgia sposta il dibattito con astuzia (ma non troppa) e dice che “dittatura sanitaria non è imporre l’uso del green pass ma l’obiezione di coscienza praticata dai medici anti abortisti in Italia”.

Pazzesco. Da qualche giorno ho deciso di disintossicarmi dai social, dalla pioggia di notizie che ogni giorno mi mangiano un pezzetto di amor di patria, ma quando li riapro, beh, leggere tutto insieme fa un certo effetto. Un effetto “triste, solitario y final” per dirlo alla Osvaldo Soriano.

Va in scena la lotta tra ultimi, la libera offesa tra chi ha fiducia nella scienza e pieno di gratitudine porge il braccio e chi proprio non ce la fa, perché ha paura, perché i conti non tornano, perché le contraddizioni le ha sentite e non riesce più a farle tacere, perché ok per me posso anche accettarlo ma i miei figli sono piccoli lasciateli perdere, perché il mondo corre veloce verso una direzione e tu non lo reggi quel ritmo e rimani indietro, senza fiato, sfinito.

Angela Merkel ha affermato che la Germania non si avvarrà dell’imposizione di green pass o simili, che la sua campagna vaccinale continuerà senza sosta per convincere anche gli scettici portando loro argomenti scientifici e prove a favore della scelta di vaccinarsi.

Forse Angela Merkel è riuscita a considerare quelle persone con un rispetto che qui in Italia sembra impossibile ottenere, forse ha considerato i loro dubbi e le loro paure legittime, forse ha considerato le loro argomentazioni meno stupide di quanto vengano considerate nel nostro paese.

Mi piacerebbe seguire il dibattito tedesco, ma la lingua mi è completamente sconosciuta.

Mi piacerebbe seguire un dibattito vero, argomenti a favore faccia a faccia con argomenti contro l’inoculazione del vaccino (soprattutto dai 12 anni), nessun insulto, un confronto alla Platone vs Gorgia, una sana voglia di arrivare al bene comune confutando, sostenendo, distruggendo se necessario, avvicinandosi più possibile alla verità.

Se questo non è possibile il confronto democratico non sarà possibile e bisognerà fare affidamento solo sui mezzucci ricattatori da padre padrone e mettere in castigo i recalcitranti che, in linea di massima, saranno fagocitati dal sistema, chi prima chi dopo aver ricevuto sguardi sprezzanti, parole offensive, porte in faccia, cibo da asporto contaminato da sputi dei fattorini e molto altro ancora.

La battaglia della ragione sarà persa, ma sarà persa anche quella della scienza, che non è riuscita a procedere seguendo il proprio metodo e ha sbandato seguendo altre logiche.

Perché, seguiamo la logica, considerate se è scientifico concedere l’agognato lasciapassare verde subito dopo la prima dose di vaccino, quando tutti erano concordi nell’affermare che per considerarsi immunizzati occorressero dieci giorni dopo il richiamo.

Considerate se è scientifico pretendere che gli avventori di un ristorante esibiscano il green pass mentre i camerieri non sono tenuti ad averlo.

 Considerate se è scientifico suggerire di procedere con vaccinazione eterologa, forse, se si vuole e gettare nello sconforto il cittadino che non sa più cosa scegliere.

E sarà persa anche la battaglia dell’altruismo, che in questa pandemia spesso è stato usato come specchietto per le allodole.

Sì, perché altruismo sarebbe stato destinare vaccini alle fasce più a rischio di popolazioni che non verranno immunizzate, lasciare che i nostri giovani e le loro famiglie fossero liberi di scegliere, a secondo del rischio che, insieme ai medici di famiglia, avessero valutato di correre in caso di Covid, e destinare proprio quelle dosi ai più fragili di popolazioni che in fondo da sempre consideriamo sacrificabili al nostro esasperato benessere.

Insomma, una serie di importanti battaglie perse, ma chissà chi vincerà la guerra.

Non è Francesca

Statistica, incidente di percorso, effetti avversi.

Francesca.

Effetti collaterali, casualità, connessioni possibili.

Francesca.

Più pericoloso viaggiare in aereo, peggio prendere l’aspirina.

Francesca.

Raccomandato a tutti, non oltre gli 80, solo tra 60 e 79.

Francesca.

I vaccini ci salveranno, andiamo avanti.

Ehi, Francesca è rimasta indietro!

L’avete già dimenticata?

Era un’insegnante, aveva 32 anni, era fidanzata, viveva con mamma e papà nella bellissima Genova. Non aveva paura del vaccino e aveva una grandissima voglia di tornare a vivere come prima del 2020, di tornare a mostrare il suo sorriso, di smettere di trovarsi per strada con gli occhiali appannati, di vedersi con le amiche per una pizza e tirar tardi, ben oltre le 22.

Per questi, e per chissà quanti altri motivi, non ci ha pensato nemmeno un attimo e quando l’hanno chiamata per ricevere la prima dose del vaccino Astra Zeneca si è presentata con un sorriso sotto la mascherina e tutta la fiducia e la leggerezza che il cuore di una giovane donna può contenere.

Qualche giorno dopo è stata colpita da una trombosi che non le ha lasciato scampo, annunciata da un terribile mal di testa che ha prosciugato fiducia, speranza e vita.

La Procura ha aperto un’indagine per omicidio colposo.

Le correlazioni tra trombosi e alcuni vaccini paiono confermate, le notizie compulsive si susseguono giorno dopo giorno; alcuni Paesi bloccano alcuni vaccini, altri li ritirano dal mercato, qualcuno li “consiglia” per fasce di età specifiche.

Sembra di trovarsi in una sorta di grande esperimento che coinvolge gli entusiasti e sa come convincere i titubanti.

Questo non vuole essere un atto d’accusa, né un invito a rifiutare di vaccinarsi, ma piuttosto la preghiera di ricordare Francesca, una ragazza della mia città, che magari qualche volta ho incontrato e che nessuno incontrerà più.

Dunque andiamo avanti, certamente, ma qualche volta pensiamoci che andiamo avanti senza di lei, senza la sua fiducia, la sua speranza, la sua vita.

Ricordiamo che alcune vite andranno perdute e non faranno rumore, perché non saranno vittime del Covid ma saranno solo “gli uni su diciotto milioni” di bugiardini che è meglio non leggere.